Note

Amatrice

Scheda del territorio: visitlazio.com/amatrice

15 luglio 2026

Oggi ho visitato anche Amatrice, dove torno ogni anno dal 2019 per pranzare con la famiglia. È il mio modo per continuare a sostenere quei luoghi dopo il terremoto del 24 agosto 2016, che rase al suolo il centro storico e portò via quasi trecento vite. Non è un gesto grande, ma tornarci, sedersi a tavola, spendere lì i propri soldi, è comunque un modo concreto per dire che quel paese non va dimenticato una volta spenti i riflettori della cronaca.

Amatrice sorge tra i Monti della Laga e il Gran Sasso, in un angolo dell’Appennino a cavallo tra Lazio, Abruzzo e Marche che è tra i più belli e meno conosciuti del centro Italia: boschi di faggio, cascate, borghi di pietra, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a fare da cornice. Era, prima del sisma, un paese di pastori e di osti — e proprio da questa doppia identità nasce il piatto che ha reso Amatrice famosa in tutto il mondo.

La storia dell’amatriciana

L’amatriciana come la conosciamo oggi — guanciale, pecorino, pomodoro, peperoncino — è un’evoluzione più tarda di un piatto più antico e povero, la “gricia”: pasta condita solo con guanciale, pecorino e pepe, senza pomodoro, cibo da pastori transumanti che portavano con sé ingredienti che si conservavano a lungo. Il pomodoro arriva nella ricetta solo dopo la sua diffusione in cucina italiana tra Sette e Ottocento, trasformando la gricia nell’amatriciana.

La sua diffusione a Roma, dove oggi è considerata quasi un piatto tipico romano, si deve proprio agli amatriciani stessi: nell’Ottocento e nel primo Novecento molti abitanti di Amatrice emigravano in città per lavorare come osti e trattori, portando con sé le proprie ricette. È così che un piatto di montagna è diventato uno dei simboli della cucina di Roma, pur restando profondamente legato al paese che gli ha dato il nome — celebrato ogni anno con la sagra dell’Amatriciana, che si tiene tradizionalmente ad agosto (e che nel 2016 sarebbe dovuta iniziare pochi giorni dopo il terremoto).

Tornare a mangiarla lì, tra quei monti, non è solo un piacere gastronomico: è un modo per tenere in vita un legame tra un piatto conosciuto ovunque e il luogo, oggi ferito, che lo ha generato.