Note

L’Italia è diventata una potenza multisport?

18 Agosto 2026


Il boom delle medaglie e la riforma silenziosa dello sport italiano

Negli ultimi anni sta accadendo qualcosa di curioso nello sport italiano. Atletica, tennis, nuoto, ginnastica, pallavolo, judo, vela, ciclismo, scherma: discipline molto diverse tra loro stanno producendo contemporaneamente risultati internazionali di altissimo livello.

La domanda sorge spontanea: siamo davanti a una generazione eccezionalmente fortunata oppure è cambiato qualcosa nel sistema sportivo italiano?

I numeri suggeriscono che liquidare il fenomeno come semplice fortuna sarebbe probabilmente un errore.

Da 28 a 40 medaglie olimpiche

Per oltre un decennio il rendimento olimpico italiano era rimasto straordinariamente stabile:

Olimpiade Ori Medaglie totali
Pechino 2008 8 27
Londra 2012 8 28
Rio 2016 8 28
Tokyo 2020 10 40
Parigi 2024 12 40

Tra Rio e Tokyo si verifica quindi un salto evidente: da 28 a 40 medaglie. Ma il dato più importante è che quattro anni dopo l’Italia ne conquista nuovamente 40.

Un exploit può essere fortuna. Due cicli olimpici consecutivi iniziano a suggerire qualcosa di più strutturale.

E non è soltanto una questione olimpica.

Il caso più evidente: l’esplosione dell’atletica italiana

Il segnale forse più impressionante del cambiamento arriva dall’atletica leggera, una disciplina nella quale storicamente l’Italia ha prodotto grandi campioni ma raramente ha avuto la profondità necessaria per dominare una grande competizione internazionale.

Agli Europei di Roma 2024, l’Italia ha chiuso al primo posto nel medagliere, conquistando 24 medaglie: 11 ori, 9 argenti e 4 bronzi. È stato il miglior Europeo della storia dell’atletica italiana.

Due anni dopo, agli Europei di Birmingham 2026, l’Italia ha confermato il risultato vincendo nuovamente il medagliere, questa volta con 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi, per un totale di 22 medaglie.

Europei Ori Argenti Bronzi Totale Medagliere
Roma 2024 11 9 4 24
Birmingham 2026 10 6 6 22
Totale 21 15 10 46 2 vittorie consecutive

Il dato più significativo non è soltanto il numero di medaglie. A Roma il successo arrivò attraverso specialità molto diverse: velocità, mezzofondo, fondo, marcia, salti, ostacoli e staffette. Non era quindi una squadra dipendente da uno o due fuoriclasse.

Dopo Roma si poteva ancora avanzare un’obiezione: l’Italia gareggiava in casa, davanti al proprio pubblico, e poteva trovarsi nel momento culminante di una generazione particolarmente favorevole.

Birmingham 2026 rende questa spiegazione molto meno sufficiente.

L’Italia ha infatti vinto nuovamente il medagliere due anni dopo, questa volta in Gran Bretagna. Nell’ultima gara del campionato, la 4x400 maschile italiana ha battuto quella britannica per appena tre centesimi, 2:59.16 contro 2:59.19, contribuendo a consolidare il primo posto italiano. Nella stessa giornata Larissa Iapichino aveva conquistato l’oro nel salto in lungo con 7,00 metri.

In due edizioni consecutive degli Europei, quindi, l’Italia ha raccolto:

21 ori, 15 argenti, 10 bronzi: 46 medaglie.

Ma soprattutto:

Roma 2024: prima in Europa.
Birmingham 2026: prima in Europa.

Roma poteva ancora essere interpretata come l’Europeo perfetto disputato in casa. Vincere nuovamente due anni dopo, in casa della Gran Bretagna, costituisce un’indicazione molto più forte della profondità raggiunta dal movimento italiano.

Lo stesso fenomeno, con modalità diverse, è visibile nel tennis, nella pallavolo, nel nuoto, nella ginnastica e in numerosi sport meno presenti sui media.

“Sport minori” solo dal punto di vista mediatico

In Italia siamo abituati a chiamarli “sport minori”. In realtà molti sono discipline olimpiche con enorme diffusione internazionale.

Sono minori soprattutto nella copertura mediatica italiana, dominata dal calcio.

Ed è proprio qui che emerge la trasformazione più interessante.

L’Italia è sempre stata una grande nazione olimpica. Scherma, ciclismo, tiro, canottaggio, pugilato e ginnastica hanno prodotto campioni per generazioni.

Ma storicamente una parte consistente delle medaglie proveniva da alcune discipline particolarmente forti.

Negli ultimi anni il successo si è invece allargato.

A Tokyo le 40 medaglie italiane arrivarono da 19 discipline differenti. A Parigi arrivarono podi da atletica, nuoto, scherma, ciclismo, ginnastica, tennis, canoa, pentathlon, judo, vela, tiro e pallavolo.

La differenza fondamentale potrebbe quindi non essere semplicemente che l’Italia produce più campioni.

Produce campioni in più sport contemporaneamente.

È una caratteristica tipica di un sistema sportivo maturo: quando una federazione attraversa una fase negativa, altre compensano.

Il 2019 rappresenta uno spartiacque?

A questo punto emerge una coincidenza interessante.

Proprio tra il 2018 e il 2019, durante il primo governo Conte, viene profondamente modificata l’organizzazione dello sport italiano.

Con la Legge di Bilancio 2019, CONI Servizi viene trasformata in Sport e Salute S.p.A. e cambia il meccanismo attraverso il quale una parte importante delle risorse pubbliche viene destinata allo sport.

Nell’agosto 2019 arriva poi la Legge 86/2019, una vasta legge delega per la riforma dell’ordinamento sportivo.

Da questa nasceranno successivamente i decreti legislativi del 2021 relativi al lavoro sportivo, agli enti sportivi, agli impianti e ad altri aspetti dell’organizzazione del settore.

È quindi corretto identificare il 2019 come un importante punto di discontinuità istituzionale.

Sarebbe però scorretto compiere il salto logico:

riforma Conte → medaglie di Tokyo.

Un atleta che vince un’Olimpiade nel 2021 è normalmente il risultato di dieci o quindici anni di formazione.

Jacobs non è diventato campione olimpico perché nel 2019 è nata Sport e Salute. Tamberi era già campione europeo. Paltrinieri era già campione olimpico. E la trasformazione del tennis italiano era iniziata molti anni prima dell’esplosione di Sinner.

La relazione, se esiste, è quindi più complessa.

Una trasformazione iniziata prima

Il caso del tennis è particolarmente istruttivo.

La rivoluzione italiana non comincia con Jannik Sinner.

Già nel 2010 la federazione aveva avviato il progetto “Campi Veloci”, cercando di superare la tradizionale dipendenza italiana dalla terra battuta. Parallelamente sono stati sviluppati programmi giovanili, formazione degli allenatori, competizioni e una rete sempre più ampia di scuole tennis.

Le scuole federali sono passate da circa 1.200 nel 2012 a oltre 2.000 nel 2024. Gli insegnanti federali sono diventati quasi 14.000.

Poi sono arrivati Berrettini, Sinner, Musetti, Paolini e una generazione straordinariamente profonda.

Sinner, da questo punto di vista, non è tanto la causa della rinascita quanto il prodotto più visibile di un ecosistema che aveva cominciato a cambiare molto prima.

E una volta arrivati i risultati si crea un circolo virtuoso:

successi → pubblico → praticanti → sponsor → eventi → ricavi → investimenti → tecnici → nuovi atleti.

Nel tennis italiano questo meccanismo è ormai chiaramente visibile.

Il segreto italiano potrebbe indossare una divisa

Esiste però un’altra caratteristica del sistema italiano che raramente riceve l’attenzione che merita: i gruppi sportivi militari e dello Stato.

Fiamme Gialle, Fiamme Oro, Carabinieri, Esercito, Aeronautica, Marina e Fiamme Azzurre rappresentano una componente fondamentale dell’alto livello italiano.

Il loro ruolo diventa particolarmente importante proprio nei cosiddetti sport minori.

Immaginiamo un ventenne che sia uno dei migliori europei nel salto triplo, nella marcia, nel judo o nel canottaggio.

È abbastanza bravo da poter diventare un atleta olimpico, ma non abbastanza famoso da vivere di sponsorizzazioni.

In molti sistemi sportivi questo è il momento nel quale una carriera rischia di interrompersi.

Il modello italiano offre invece una possibilità particolare: entrare in un gruppo sportivo, ricevere uno stipendio e poter continuare ad allenarsi professionalmente.

Lo Stato, di fatto, permette a centinaia di atleti di discipline commercialmente marginali di diventare professionisti dello sport.

È un vantaggio competitivo enorme e probabilmente una delle spiegazioni della straordinaria profondità italiana.

Un sistema stranamente decentralizzato

Il modello italiano è difficile da classificare.

Non è quello americano, fondato fortemente sullo sport universitario, sulle borse di studio e sul mercato.

Non è quello cinese, fortemente centralizzato.

Non è neppure esattamente quello britannico, caratterizzato da una forte concentrazione delle risorse pubbliche sulle discipline con maggiori probabilità di medaglia.

L’Italia ha costruito qualcosa di più disordinato:

società locali → allenatori → federazioni → gruppi sportivi → CONI → Sport e Salute → sponsor → eventi commerciali.

A prima vista sembra un sistema inefficiente.

Ma possiede una caratteristica interessante: è molto decentralizzato.

Un atleta può emergere da una piccola società, da un allenatore particolarmente bravo, da un’accademia privata o da una struttura federale e successivamente entrare nel sistema dell’alto livello.

Questo genera una moltitudine di piccole “scuole” sportive.

Non esiste necessariamente un unico metodo nazionale. Esistono molti allenatori, club e centri che sperimentano approcci differenti.

Questa frammentazione, normalmente considerata un difetto italiano, potrebbe avere anche un vantaggio: produce diversità metodologica.

Il vero capitale sono gli allenatori

Gli impianti sono importanti. I finanziamenti sono importanti. Le federazioni sono importanti.

Ma esiste una variabile ancora più decisiva: gli allenatori.

Un sistema sportivo diventa realmente forte quando non produce soltanto grandi atleti, ma sviluppa tecnici capaci di produrre continuamente nuovi atleti.

Anche nell’atletica italiana si osserva questa progressiva specializzazione, con strutture tecniche dedicate a velocità, mezzofondo, salti, lanci, prove multiple, settore giovanile, metodologia, ricerca e innovazione.

È il passaggio fondamentale tra:

“abbiamo alcuni grandi campioni”

e

“abbiamo una macchina capace di produrre campioni”.

Ma non raccontiamoci una favola

Sarebbe comunque sbagliato descrivere l’Italia precedente come una nazione sportivamente mediocre.

L’Italia è storicamente una delle grandi potenze olimpiche.

A Roma 1960 conquistò 36 medaglie. Ad Atlanta 1996 furono 35. A Sydney 2000, 34.

La trasformazione recente è più sottile.

Non sembra essersi alzato soltanto il massimo raggiungibile.

Si è alzato il minimo.

Una volta l’Italia poteva avere un’Olimpiade eccezionale da 35 medaglie e una mediocre intorno alle 25.

Tokyo e Parigi suggeriscono invece che il sistema possa essere diventato abbastanza profondo da produrre circa 40 medaglie anche quando alcune discipline tradizionalmente fortissime attraversano una fase meno brillante.

È forse questo il cambiamento più importante.

Rimangono due grandi debolezze

Il sistema italiano conserva tuttavia almeno due limiti strutturali.

Il primo è la scuola.

L’Italia non possiede nulla di realmente paragonabile al sistema scolastico e universitario americano. Gran parte dello sviluppo sportivo giovanile dipende ancora dalle società e soprattutto dalle famiglie.

Questo significa che un talento può essere perso semplicemente perché vive nel posto sbagliato, non ha una famiglia con abbastanza tempo o risorse oppure non incontra l’allenatore giusto.

Il secondo problema sono gli impianti.

La qualità dell’infrastruttura sportiva italiana rimane estremamente disomogenea e molti impianti pubblici sono obsoleti.

Paradossalmente, quindi, una parte del successo italiano sembra avvenire non grazie alle infrastrutture, ma nonostante esse.

La riforma Conte ha funzionato?

È ancora troppo presto per rispondere definitivamente.

Il processo tecnico che stiamo osservando sembra essere cominciato negli anni precedenti, probabilmente tra il 2008 e il 2015 in diverse federazioni.

La riforma istituzionale del 2019 potrebbe però aver contribuito ad accelerarlo attraverso nuovi meccanismi di finanziamento, maggiore attenzione ai risultati e una progressiva professionalizzazione del sistema.

La sequenza più plausibile è quindi:

riforme federali degli anni 2010

nuova generazione di tecnici e atleti

riforma istituzionale 2019–2021

maggiore professionalizzazione e risorse

Tokyo 2021 e Parigi 2024

crescita di praticanti, sponsor e investimenti

nuova generazione

Non esiste quindi “la riforma che ha fatto vincere l’Italia”.

Esiste probabilmente una sovrapposizione di trasformazioni che a un certo punto ha superato una massa critica.

La vera prova sarà Los Angeles 2028

Ed è proprio per questo che Los Angeles sarà particolarmente interessante.

Se l’Italia dovesse tornare sotto le 30 medaglie, dovremmo rivalutare Tokyo e Parigi come il prodotto, almeno in parte, di una generazione eccezionale.

Tra 32 e 36 potremmo parlare di miglioramento strutturale, considerando le 40 medaglie come un picco particolarmente favorevole.

Se invece l’Italia dovesse conquistare ancora 38–42 medaglie, avremmo una conferma molto più forte: il livello del sistema sarebbe realmente cambiato.

E oltre quota 42 diventerebbe ragionevole iniziare a considerare l’Italia non semplicemente una grande nazione dalla tradizione olimpica, ma una potenza multisport strutturalmente appartenente all’élite mondiale.

La parte più interessante, però, potrebbe non essere Los Angeles.

Bisogna guardare gli U18, U20 e U23. Bisogna osservare quanti giovani arrivano alle finali internazionali, quanti allenatori di alto livello vengono prodotti, quanti praticanti entrano nelle discipline e quanti talenti riescono a passare dallo sport giovanile a quello professionistico.

Perché una medaglia racconta il presente.

La pipeline racconta il futuro.

Ed è forse questa la vera trasformazione dello sport italiano degli ultimi quindici anni: non stiamo semplicemente assistendo a un periodo nel quale l’Italia vince più medaglie.

Tra il 2021 e il 2026 l’Italia ha messo insieme due Olimpiadi consecutive da 40 medaglie e due vittorie consecutive nel medagliere degli Europei di atletica. Presi separatamente, ciascuno di questi risultati potrebbe essere spiegato almeno in parte da una generazione particolarmente favorevole. Presi insieme, iniziano a delineare qualcosa di diverso: un aumento della profondità competitiva dell’intero sistema sportivo italiano.

Potremmo stare assistendo alla lenta costruzione di una macchina capace di produrre medaglie con continuità.