Maometto e il rodeo ambiguamente gay nel deserto
15 Ottobre2026
Nota: prima di entrare nel deserto: chi è Ibn Masʿūd?
Il narratore di questa storia non è precisamente Abdullah, tassista di Baghdad che una sera aveva bevuto troppo.
Si tratta di ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, il quale fu uno dei primi seguaci di Maometto, appartenente alla generazione dei Ṣaḥāba, i Compagni del Profeta. Secondo la tradizione islamica si convertì molto presto, quando la comunità musulmana era ancora minuscola, e divenne uno degli uomini più vicini a Maometto. Prima della conversione faceva il pastore; successivamente accompagnò il Profeta e fu particolarmente famoso per la sua conoscenza e recitazione del Corano. Dopo la morte di Maometto divenne inoltre una figura fondamentale della scuola religiosa di Kufa, soprattutto per l’interpretazione del Corano e il diritto islamico.
In altre parole: se nella prima tradizione islamica qualcuno aveva le credenziali per raccontare che cosa Maometto facesse durante una strana notte nel deserto, Ibn Masʿūd era decisamente nella shortlist.
Questo naturalmente non significa che ogni storia attribuita a lui sia automaticamente vera.
Ed è qui che entrano in scena gli hadith. Che cosa sono gli hadith?
Il Corano è, per l’Islam, la rivelazione divina.
Gli hadith sono invece i racconti tramandati riguardo a ciò che Maometto disse, fece o approvò. Nel corso dei primi secoli dell’Islam questi racconti vennero raccolti in grandi collezioni e diventarono, soprattutto nell’Islam sunnita, una fonte fondamentale per comprendere la Sunna, cioè il comportamento normativo attribuito al Profeta. Per importanza religiosa vengono tradizionalmente dopo il Corano.
Detto meno teologicamente: il Corano dice che cosa Dio avrebbe detto.
Gli hadith raccontano che cosa Maometto avrebbe detto e fatto quando nessuno stava prendendo appunti ufficiali.
E il verbo importante qui è naturalmente: “avrebbe”.
Perché gli hadith non furono registrati come verbali notarili durante gli avvenimenti. Furono trasmessi da persona a persona e successivamente raccolti e analizzati dagli studiosi musulmani.
Per questo ogni hadith ha normalmente due componenti.
- L’isnād: «Chi te l’ha raccontato?»
È la catena dei trasmettitori.
In forma semplificata: Ahmad dice che X gli riferì che Y aveva sentito Z, che lo aveva ricevuto da Ibn Masʿūd, che raccontò che Maometto…
È praticamente la versione medievale di: «Me l’ha detto uno che conosce uno che conosce uno che era lì.»
La differenza è che gli studiosi musulmani presero questa faccenda tremendamente sul serio. Costruirono un’intera disciplina per verificare chi fossero i trasmettitori, se fossero considerati affidabili, se avessero realmente potuto incontrarsi e se la catena presentasse interruzioni.
- Il matn: «E che cosa avrebbe detto?»
Il matn è il contenuto vero e proprio della storia.
Nel nostro caso, fra le altre cose che narreremo: uomini nudi simili agli Zutt arrivano durante la notte,
yarkabūna rasūla Allāh,
e al mattino Maometto ritorna appesantito e dolorante. È qui che la critica testuale incontra improvvisamente il cabaret come presto vedremo.
Ṣaḥīḥ, ḥasan, ḍaʿīf: non tutti gli hadith sono uguali
Gli studiosi musulmani non trattano infatti tutti gli hadith come ugualmente attendibili.
Una classificazione semplificata è:
ṣaḥīḥ — autentico/forte;
ḥasan — buono/accettabile;
ḍaʿīf — debole;
e poi esistono categorie ancora più problematiche, fino alle tradizioni considerate completamente false.
Questa distinzione è particolarmente importante nel nostro caso.
Il racconto del Musnad Aḥmad attribuito a Ibn Masʿūd che stiamo utilizzando non appartiene semplicemente alla categoria “questa cosa è certamente successa”. La sua catena di trasmissione presenta problemi ed è stata giudicata debole da studiosi dell’hadith.
Quindi è bene non dire: «Ibn Masʿūd dimostra che Maometto fece questo.»
Più correttamente: «Una tradizione islamica attribuita a Ibn Masʿūd racconta questo.»
La differenza è importante. Specialmente quando ciò che viene raccontato comprende uomini nudi, una notte nel deserto e il verbo arabo “montare”.
Riassumendo
Quindi, prima di iniziare il nostro rodeo:
Ibn Masʿūd non era un personaggio marginale. Era uno dei Compagni più antichi e autorevoli di Maometto.
Il Musnad Aḥmad non è un blog satirico. È una delle grandi raccolte della tradizione islamica.
Ma l’hadith specifico non è considerato unanimemente autentico.
Perciò ciò che segue non deve essere letto come: «Ecco la prova storica che Maometto partecipò a un gangbang nel deserto.»
Sarebbe filologicamente disonesto.
Deve essere letto come qualcosa di molto più interessante: «Ecco una storia che qualcuno nella tradizione islamica antica ritenne sufficientemente degna di essere trasmessa: uomini nudi simili agli Zutt, Maometto, una notte nel deserto e una scelta lessicale che avrebbe garantito lavoro agli esegeti per i secoli successivi.»
E adesso possiamo finalmente entrare nel deserto.
La notte degli al-Zutt ossia Maometto e il rodeo ambiguamente gay nel deserto
La tradizione islamica contiene episodi mistici, battaglie, rivelazioni e ascensioni celesti.
E poi c’è quella notte in cui Maometto va nel deserto e, se si traduce l’arabo senza imbottirlo preventivamente di materiale apologetico, la scena comincia ad assomigliare pericolosamente al peggior gangbang gay soprannaturale della storia delle religioni.
Maometto porta Ibn Masʿūd fuori città. Arrivati in un luogo isolato, traccia un cerchio sul terreno e gli ordina: «Resta lì dentro. Non uscire.»
Prima regola del gangbang profetico: portati dietro un cameraman, ma, essendo il settimo secolo e le videocamere non erano ancora state inventate, il buon Maomentto si accontentò del cronista di fiducia, che alla fine del racconto avrà un’altra importante funzione, ma non anticipiamo troppo.
Mentre il buon Ibn Masʿūd se ne sta, metaforicamente e fisicamente, con le chiappe al sicuro dietro la linea che chiameremo defloration-line, e capirete tra poco il perché, Maometto si allontana. Poi arrivano degli uomini. Alti. Magri. Nudi. Simili agli al-Zutt.
Ibn Masʿūd aggiunge però un dettaglio rassicurante: non riusciva a vedere i loro genitali. Naturalmente.
Perché quando un cronista dell’VII secolo sente la necessità di precisare che un gruppo di uomini nudi nel deserto non mostrava il cazzo, sai già che la serata sta prendendo una direzione teologicamente complessa.
E infatti il testo prosegue:
fa-jaʿalū yarkabūna rasūla llāh.
Tradotto senza anestesia e senza vaselina: «Cominciarono a montare il Messaggero di Allah.»
A questo punto entra in scena l’esegeta islamico: “No, no, no. Non significa necessariamente quello che state pensando.”
Ed è vero. Rakiba radice del verbo yarkabūna può significare oltre a montare, anche cavalcare, ingroppare, salire sopra, accalcarsi addosso.
Ottima precisazione. Quindi non possiamo affermare scientificamente che fosse un gangbang.
Possiamo affermare soltanto che un gruppo di uomini nudi arrivò nel deserto e cominciò a: salire sopra Maometto, montarlo, ingropparlo, accalcarsi sul suo corpo o cavalcarlo. Molto più rassicurante, perché diciamolo, quale maschietto etero non ha mai sognato di farsi ingroppare o cavalcare da un gruppo di uomini nudi.
Nel frattempo Maometto continua a recitare il Corano. Perché ci sono uomini che perdono la concentrazione se qualcuno tossisce durante la preghiera. E poi c’è Maometto che continua la recitazione mentre viene trasformato in una giostra omoerotica beduina.
La faccenda continua fino all’alba. Poi gli uomini nudi finalmente se ne vanno.
Maometto ritorna da Ibn Masʿūd. Come sta? Sereno? Illuminato? Rinfrancato dall’esperienza mistica? No.
Il testo dice:
appesantito e dolorante. Perché? Il narratore ce lo spiega immediatamente:
cioè: «a causa di ciò che avevano fatto montandolo / salendogli addosso.»
Ed è qui che l’hadith raggiunge quella perfezione comica che nessun autore satirico avrebbe avuto il coraggio di inventare.
Perché abbiamo:
- uomini nudi;
- nel deserto;
- durante la notte;
- che montano ripetutamente Maometto;
- fino all’alba;
- Dopodiché Maometto ritorna dolorante.
A questo punto qualsiasi sceneggiatore pornografico avrebbe detto: “Forse il copione sta diventando troppo evidente.”
Ma l’hadith non ha ancora finito. Maometto torna da Ibn Masʿūd e dice: «Mi sento pesante.»
E qui il buon Ibn Masʿūd ricopre la sua seconda funzione sacra che avevamo preannunciato, oltre a essere il cronista dell’ammucchiata omoerotica del profeta, ne diventa anche il cuscino. Maometto mette la testa sul grembo di Ibn Masʿūd e si addormenta. Dopo essere stato montato tutta la notte da uomini nudi. Nel deserto.
Una notte come tante nella vita del profeta e di un uomo vero, perché ammettiamolo, ogni uomo vero sogna nella sua vita di posare la testa sulle cosce di un altro uomo e riposarsi dalle fatiche al-Zuttiane, soprattutto se ti chiami Lapo o Vladimir … no, non Putin, intendo il Vladimir nostrano, Luxuria.
Ed ecco arrivare un secondo gruppo di uomini. Fortunatamente questa volta sono vestiti. Di bianco. Sono angeli.
Perché evidentemente il personale del turno di giorno aveva un dress-code più rigoroso.
Gli angeli osservano Maometto addormentato e commentano: «I suoi occhi dormono, ma il suo cuore è sveglio.»
Dopo quella notte, francamente, il cuore era probabilmente l’unica parte del corpo ancora abile al servizio.
Gli angeli spiegano infine una parabola che vi risparmio nei dettagli, ma il succo è: Dio è il Signore, l’Islam è l’edificio, il Paradiso è il banchetto e Maometto è colui che invita gli uomini a entrarvi.
Perfettamente ortodosso. Rimane soltanto una domanda esegetica: perché per comunicare tutto questo era necessario organizzare prima il gangbang nel deserto?
Naturalmente bisogna essere rigorosi. Il verbo rakiba non significa necessariamente “avere rapporti sessuali”.
L’hadith non dice: «Gli al-Zutt fecero sesso con Maometto.»
Pertanto la formulazione storicamente e filologicamente responsabile è:
Non abbiamo prove sufficienti per affermare che Maometto partecipò a un gay gangbang soprannaturale nel deserto.
Sappiamo soltanto che una tradizione islamica tramandata nel Musnad Aḥmad descrive uomini nudi che arrivano di notte, yarkabūna Maometto fino all’alba, e che al termine dell’esperienza Maometto ritorna appesantito e dolorante a causa di ciò che gli avevano fatto.
La fonte
Il racconto non proviene da un sito anti-islamico, ma dal Musnad di Aḥmad ibn Ḥanbal, nella tradizione attribuita a ʿAbd Allāh ibn Masʿūd.
Musnad Aḥmad, n. 3599 nella numerazione di Wikisource; in altre edizioni la stessa tradizione compare come n. 3788.
Fonte originale araba: Wikisource, Musnad Aḥmad, Musnad ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (4), hadith 3599.
Testo originale arabo — Wikisource, Musnad Aḥmad n. 3599
Versione araba + inglese — Musnad Aḥmad 3788
Il passaggio originale
Il punto che ci interessa comincia quando Ibn Masʿūd descrive gli strani esseri incontrati durante la notte:
Traduzione italiana
Ibn Masʿūd racconta che apparvero alcuni esseri simili agli Zutt.
Non indossavano vestiti, ma egli dice di non riuscire a vedere le loro parti intime. Erano alti e magri.
Poi: «Vennero e cominciarono a montare (yarkabūna) il Messaggero di Allah.»
Il Profeta continuava nel frattempo a recitare loro il Corano.
Quando comparve la luce dell’alba, essi cominciarono ad andarsene.
Poi il Messaggero di Allah ritornò appesantito e dolorante, o quasi dolorante, per ciò che essi gli avevano fatto, ossia montato — rakibūhu.
E disse: «Mi sento pesante.»
Il verbo utilizzato due volte è رَكِبَ — rakiba. Il suo significato fondamentale è montare, cavalcare, salire sopra. Nel contesto può anche indicare l’accalcarsi o salire addosso a qualcuno.
L’hadith non dice esplicitamente che ci sia stato un rapporto sessuale.
Chi erano gli al-Zutt?
Gli al-Zutt erano popolazioni di origine sudasiatica, generalmente identificate con i Jat della regione del Sindh e della valle dell’Indo. Erano conosciuti nel mondo arabo già nei primi secoli dell’Islam e comunità di Zutt vivevano anche in Iraq. Le fonti li descrivono generalmente come uomini dalla carnagione scura, alti e robusti. Essi compaiono nella letteratura erotica araba medievale anche come stereotipo di eccezionale virilità sessuale.
La testimonianza più esplicita è nel Kitāb al-Tashbīhāt di Ibn Abī ʿAwn, in cui compare questo verso:
Letteralmente: «Descrivo un pene fra i peni degli Zutt: non si piegava mai e non si abbassava mai.»
In pratica gli al-Zutt sono l’equivalente islamico di un gruppo di mandinghi arrapati e in overdose di Viagra.
Piccola nota lessicale, prima che qualcuno chiami l’apologeta islamico
Il verbo al centro del problema è رَكِبَ — rakiba, dalla radice ر-ك-ب (r-k-b). Il significato di base è molto poco mistico: montare, salire sopra, cavalcare, ingroppare.
Nell’hadith compare prima come يَرْكَبُونَ — yarkabūna, cioè «essi montano / salgono sopra / cavalcano», e poco dopo come رَكِبُوهُ — rakibūhu, cioè «lo montarono / salirono su di lui».
Quindi non abbiamo due verbi diversi infilati casualmente nello stesso racconto: il testo insiste proprio sulla stessa radice.
Naturalmente, rakiba può avere usi contestuali più ampi e non significa automaticamente «fare sesso con qualcuno». Ma se in una storia compaiono uomini nudi nel deserto che yarkabūna Maometto fino a lasciarlo dolorante per ciò che rakibūhu, bisogna ammettere che Ibn Masʿūd ha fatto tutto il possibile per rendere difficile il lavoro dell’apologeta islamico.
La filologia non prova il gangbang. Ma, in questo caso, gli prepara accuratamente la scenografia.