Le tecnologie che temiamo e quelle che ci uccidono
Perché la nostra percezione del rischio è spesso molto diversa dai dati
Qual è una tecnologia pericolosa?
Se poniamo questa domanda senza mostrare alcun numero, probabilmente vengono in mente le armi da fuoco, una centrale nucleare o forse un aereo.
Difficilmente la prima risposta sarebbe l’automobile.
Eppure i dati raccontano una storia molto diversa.
Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2025 circa 1,16 milioni di persone sono morte nel mondo in incidenti stradali.
Significa circa:
- 3.180 morti al giorno
- 132 morti all’ora
- più di 2 morti ogni minuto
Gli incidenti stradali rimangono inoltre la principale causa di morte per bambini e giovani tra i 5 e i 29 anni.
Eppure quasi nessuno prova paura vedendo un’automobile parcheggiata.
Vedendo un’arma da fuoco la reazione può essere completamente diversa.
E una centrale nucleare suscita in molte persone una percezione del pericolo ancora maggiore.
Questo contrasto pone una domanda interessante:
Quanto della nostra percezione del rischio deriva realmente dalla probabilità di morire e quanto invece dal modo in cui la nostra mente rappresenta il pericolo?
Decine di milioni di morti sulle strade
L’automobile è una delle tecnologie che hanno maggiormente trasformato la società moderna.
Ha prodotto benefici enormi: mobilità individuale, commercio, accesso al lavoro, turismo, servizi di emergenza e libertà personale.
Ma il prezzo umano è altrettanto enorme.
Nel suo World Report on Road Traffic Injury Prevention, l’OMS riportava che già nel 1997 il numero cumulativo di persone morte sulle strade dall’inizio della motorizzazione aveva raggiunto, secondo una stima conservativa:
25 milioni di persone.
Da allora sono trascorsi quasi trent’anni durante i quali la mortalità mondiale è rimasta generalmente nell’ordine di oltre un milione di persone l’anno.
Non esiste una serie storica mondiale sufficientemente completa per stabilire con precisione il totale dall’invenzione dell’automobile.
Una ricostruzione ragionevole porta comunque oggi a un ordine di grandezza di circa:
55–65 milioni di morti cumulative.
Il valore centrale di circa 60 milioni deve quindi essere considerato una stima, non una statistica ufficiale.
Ma l’ordine di grandezza — decine di milioni di persone — è difficilmente contestabile.
Nonostante questo, non consideriamo normalmente l’automobile una tecnologia terrificante.
Il suo rischio è diventato parte della normalità.
Auto e armi: cosa dicono realmente i numeri?
Le armi da fuoco rappresentano quasi l’opposto psicologico dell’automobile.
Sono immediatamente associate alla capacità di uccidere.
Per confrontarle con il traffico possiamo eliminare guerre, operazioni militari e conflitti armati e considerare solamente la mortalità non bellica.
Uno studio globale pubblicato su JAMA, basato sul Global Burden of Disease, stimava nel 2016 circa 251.000 morti da arma da fuoco al di fuori dei conflitti armati.
La composizione era:
| Causa | Morti mondiali nel 2016 |
|---|---|
| Omicidi | ~161.000 |
| Suicidi | ~67.500 |
| Incidenti | ~23.000 |
| Totale | ~251.000 |
Il 64% era costituito da omicidi, il 27% da suicidi e circa il 9% da incidenti.
La prima sorpresa è quindi puramente numerica.
Oggi il traffico stradale causa circa:
1.160.000 morti all’anno
contro circa:
250.000 morti da arma da fuoco non belliche
nell’ordine di grandezza indicato dal grande studio globale disponibile.
Il confronto non utilizza esattamente lo stesso anno e quindi non va interpretato come un rapporto preciso.
Ma mostra chiaramente l’ordine di grandezza:
il traffico stradale causa annualmente molte più morti delle armi da fuoco al di fuori delle guerre.
Questo non significa che un’automobile sia intrinsecamente più pericolosa di un’arma.
Le due tecnologie hanno utilizzi, esposizioni e funzioni completamente differenti.
Significa qualcosa di più limitato ma importante:
la nostra percezione intuitiva della loro pericolosità relativa non riflette necessariamente il loro costo umano complessivo.
Quasi un miliardo di armi civili
Secondo il Small Arms Survey, nel 2017 esistevano circa:
857 milioni di armi da fuoco in possesso di civili.
Il totale mondiale, aggiungendo arsenali militari e forze dell’ordine, superava un miliardo di armi.
Possiamo quindi normalizzare almeno il dato relativo alle armi.
Utilizzando le 251.000 morti non belliche stimate per il 2016:
~293 morti per milione di armi civili all’anno
considerando omicidi, suicidi e incidenti.
Limitandoci invece alle circa 23.000 morti accidentali:
~27 morti accidentali per milione di armi civili all’anno.
Non disponiamo però di un denominatore globale altrettanto omogeneo per tutti i veicoli stradali, soprattutto includendo correttamente motocicli e altre categorie.
Per questo è meglio non costruire una falsa precisione confrontando direttamente “morti per milione di auto” e “morti per milione di armi”.
C’è inoltre un problema ancora più importante.
Un’automobile viene utilizzata normalmente centinaia di ore ogni anno.
Un’arma può rimanere inutilizzata per anni.
Il vero denominatore per confrontarne la pericolosità durante l’uso dovrebbe quindi essere qualcosa come:
morti per ora di esposizione alla tecnologia.
Per il traffico possiamo stimarlo.
Per le armi, a livello mondiale, non abbiamo dati sufficientemente robusti.
Poi c’è il nucleare
Qui la discrepanza tra percezione e rischio misurato diventa ancora più evidente.
Le parole Chernobyl e Fukushima evocano immediatamente immagini di catastrofe.
Ed erano effettivamente catastrofi.
Ma la gravità emotiva di un evento e il rischio statistico di una tecnologia sono due cose differenti.
Per confrontare la sicurezza delle fonti energetiche, Our World in Data utilizza una stima di:
- 433 morti attribuite a Chernobyl
- 2.314 attribuite a Fukushima
per un totale di circa:
2.750 morti.
La cifra di Fukushima richiede una precisazione fondamentale.
La quasi totalità di queste morti non è attribuita alle radiazioni, ma alle conseguenze dell’evacuazione: stress, trasferimento di persone fragili e interruzione dell’assistenza sanitaria.
Le conseguenze sanitarie a lunghissimo termine di Chernobyl sono più difficili da stimare e dipendono dal modello epidemiologico utilizzato.
Il numero di 2.750 non deve quindi essere interpretato come una misura perfetta di “tutte le persone uccise dal nucleare”.
È una convenzione utilizzata per confrontare gli ordini di grandezza della mortalità delle diverse fonti energetiche.
Ed è proprio l’ordine di grandezza a essere interessante.
Nucleare contro combustibili fossili
La combustione di carbone, petrolio e gas produce particolato fine e altri inquinanti che aumentano il rischio di malattie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche.
Uno studio pubblicato da Lelieveld e colleghi ha stimato circa:
3,6 milioni di morti premature all’anno
attribuibili globalmente all’inquinamento derivante dalla combustione dei combustibili fossili.
Altri studi producono stime differenti e talvolta significativamente superiori.
Non stiamo quindi parlando di un conteggio diretto come quello delle vittime di un incidente.
Stiamo parlando di mortalità attribuibile stimata epidemiologicamente.
Ma il confronto degli ordini di grandezza rimane impressionante:
| Tecnologia | Mortalità indicativa |
|---|---|
| Chernobyl + Fukushima | ~2.750 cumulativi nella metodologia considerata |
| Combustibili fossili | ~3.600.000 ogni anno |
Un solo anno di mortalità attribuita alla combustione dei fossili equivale numericamente a circa:
1.300 volte l’intero bilancio storico di Chernobyl e Fukushima utilizzato in questo confronto.
Detto in un altro modo:
ai tassi stimati dallo studio, la combustione dei combustibili fossili produce l’equivalente numerico di quel bilancio storico in circa:
6 ore e 40 minuti.
Naturalmente le due categorie di mortalità sono calcolate in modo diverso.
Ma quando la differenza è di circa tre ordini di grandezza, il problema della percezione del rischio diventa difficile da ignorare.
E poi ci sono le sigarette
Il confronto con il tabacco è ancora più estremo.
Secondo l’OMS, il tabacco causa oggi:
oltre 7 milioni di morti ogni anno.
Di queste, oltre 1,6 milioni riguardano persone che non fumano ma sono esposte al fumo passivo.
Mettiamo ancora una volta i numeri uno accanto all’altro:
| Tecnologia | Mortalità indicativa |
|---|---|
| Nucleare: Chernobyl + Fukushima | ~2.750 cumulativi |
| Traffico stradale | ~1,16 milioni/anno |
| Combustibili fossili | ~3,6 milioni/anno |
| Tabacco | >7 milioni/anno |
Un solo anno di mortalità attribuita al tabacco equivale numericamente a oltre:
2.500 volte il bilancio storico di Chernobyl e Fukushima considerato sopra.
Ai tassi attuali, il tabacco produce l’equivalente numerico di quel bilancio in circa:
3 ore e 25 minuti.
Eppure una persona che accende una sigaretta non produce nella nostra mente l’immagine di una catastrofe tecnologica.
Una centrale nucleare sì.
Immaginiamo che le morti avvenissero tutte insieme
Facciamo un esperimento mentale.
Immaginiamo che le circa 3,6 milioni di morti annuali attribuite alla combustione dei fossili non fossero distribuite nel mondo durante dodici mesi.
Immaginiamo che avvenissero tutte nello stesso luogo e nello stesso giorno.
3,6 milioni di persone morte contemporaneamente.
Oppure immaginiamo che le oltre 7 milioni di morti annuali attribuite al tabacco avvenissero in un singolo incidente industriale.
Nessuna società considererebbe normale un evento simile.
Sarebbe descritto come una delle più grandi catastrofi tecnologiche della storia.
Ma queste persone non muoiono contemporaneamente.
Una persona muore di carcinoma polmonare a Milano.
Un’altra di malattia cardiovascolare a Pechino.
Un’altra di broncopneumopatia cronica a New York.
Un’altra di ictus a Delhi.
Non esiste una fotografia della catastrofe.
Non esiste un’esplosione.
Non esiste una data da ricordare.
La catastrofe può essere statisticamente enorme e contemporaneamente:
psicologicamente invisibile.
Chernobyl funziona esattamente al contrario
Chernobyl possiede praticamente tutte le caratteristiche che amplificano la nostra percezione del rischio:
- un’esplosione;
- un luogo preciso;
- una data precisa;
- una tecnologia difficile da comprendere;
- una minaccia invisibile come la radiazione;
- evacuazioni;
- territori contaminati;
- immagini memorabili;
- conseguenze potenzialmente differite nel tempo;
- assenza di controllo individuale.
Per questo Chernobyl è un’immagine.
La mortalità statistica da carbone non lo è.
Il cancro provocato dal fumo non lo è.
Le migliaia di incidenti stradali quotidiani non lo sono.
E la nostra mente reagisce molto più intensamente alle immagini che alle distribuzioni statistiche.
Il confronto corretto: morti per unità di energia
Per confrontare nucleare e combustibili fossili esiste però una metrica migliore del semplice numero assoluto di morti.
La domanda corretta è:
Quante persone muoiono per produrre la stessa quantità di energia?
Quando utilizziamo questo denominatore, nucleare, eolico e solare risultano tra le fonti energetiche con la mortalità più bassa per unità di elettricità prodotta.
Carbone, petrolio e gas risultano invece molto più pericolosi, soprattutto a causa dell’inquinamento atmosferico.
Le stime tradizionali utilizzate da Our World in Data danno indicativamente:
| Fonte energetica | Morti stimate per TWh |
|---|---|
| Carbone | ~25 |
| Petrolio | ~18 |
| Gas naturale | ~3 |
| Nucleare | ~0,03 |
| Eolico | ~0,04 |
| Solare | ~0,02 |
Le stesse analisi avvertono che i valori relativi ai combustibili fossili sono probabilmente sottostimati, perché studi epidemiologici più recenti attribuiscono all’inquinamento atmosferico una mortalità maggiore.
Il punto fondamentale rimane comunque stabile:
nucleare, eolico e solare appartengono allo stesso ordine di grandezza di sicurezza e sono ordini di grandezza più sicuri dei combustibili fossili per unità di elettricità prodotta.
Questo rende difficile sostenere:
“Il nucleare è troppo pericoloso, quindi dobbiamo continuare a utilizzare carbone o gas.”
Se il criterio è la mortalità umana, i dati indicano la direzione opposta.
E se eliminassimo i combustibili fossili dalla produzione elettrica?
Arriviamo così alla domanda probabilmente più importante.
Cosa accadrebbe se la produzione mondiale di elettricità da carbone, petrolio e gas venisse progressivamente sostituita da:
- nucleare;
- solare;
- eolico;
- idroelettrico;
- altre fonti a basse emissioni?
Our World in Data, combinando diversi studi epidemiologici, stima che l’inquinamento prodotto dai combustibili fossili utilizzati per la produzione elettrica possa essere responsabile di circa:
1,1–2,55 milioni di morti premature ogni anno.
L’intervallo è ampio proprio perché differenti modelli epidemiologici producono stime differenti.
Non dobbiamo quindi dire:
“passare al nucleare e alle rinnovabili salverebbe esattamente 2,55 milioni di persone ogni anno.”
Possiamo però dire:
un sistema elettrico mondiale sostanzialmente privo di combustibili fossili potrebbe evitare dell’ordine di uno o più milioni di morti premature ogni anno dovute all’inquinamento atmosferico.
Se prendiamo l’intervallo pubblicato di 1,1–2,55 milioni e lo proiettiamo semplicemente per trent’anni, senza considerare crescita demografica, variazioni dell’inquinamento o progressi sanitari, otteniamo:
33–76 milioni di morti premature potenzialmente evitate in trent’anni.
Non è una previsione.
È un semplice esperimento numerico che mostra l’ordine di grandezza del problema.
E se eliminassimo la combustione fossile anche fuori dal settore elettrico?
L’elettricità rappresenta soltanto una parte dell’utilizzo mondiale dei combustibili fossili.
Carbone, petrolio e gas vengono utilizzati anche:
- nei trasporti;
- nell’industria;
- nel riscaldamento;
- in numerosi processi produttivi.
Lo studio di Lelieveld e colleghi stimava circa 3,6 milioni di morti premature ogni anno attribuibili complessivamente alla combustione dei combustibili fossili.
Secondo quella metodologia, eliminare progressivamente la combustione fossile e sostituirla con tecnologie energetiche pulite potrebbe quindi evitare un ordine di grandezza di:
3–4 milioni di morti premature ogni anno.
Altri studi hanno prodotto stime ancora superiori.
L’incertezza epidemiologica è quindi significativa.
Ma la direzione dell’effetto non lo è:
ridurre drasticamente la combustione dei fossili produrrebbe un enorme beneficio sanitario oltre a quello climatico.
Perché sbagliamo così tanto?
Il nostro cervello non valuta il rischio come una compagnia assicurativa.
Consideriamo due scenari.
Scenario A
Ogni giorno muoiono 3.000 persone in migliaia di incidenti indipendenti distribuiti sul pianeta.
Scenario B
Tremila persone muoiono nello stesso momento in un singolo incidente tecnologico.
Il numero delle vittime è identico.
La nostra reazione psicologica no.
Il secondo evento diventerebbe immediatamente una notizia mondiale.
Produrrebbe probabilmente commissioni d’inchiesta, nuove leggi e forse la sospensione della tecnologia coinvolta.
Il primo viene assorbito nella normalità.
Almeno quattro meccanismi contribuiscono a questa distorsione.
1. Familiarità
Ciò che vediamo continuamente smette di sembrarci pericoloso.
Un’automobile è familiare.
Una sigaretta è familiare.
Una centrale nucleare no.
2. Concentrazione delle vittime
Mille persone morte contemporaneamente producono un’impressione enormemente maggiore di mille persone morte separatamente.
La statistica è identica.
La nostra percezione no.
3. Controllo percepito
Quando guidiamo pensiamo:
“Io guido bene.”
Quando viviamo vicino a una centrale nucleare, il controllo è affidato ad altri.
Un rischio statisticamente inferiore può quindi sembrare psicologicamente superiore.
4. Intenzionalità
Un’arma è progettata per poter esercitare forza letale.
Un’automobile non lo è.
Attribuiamo quindi intuitivamente alle due tecnologie categorie morali differenti.
È comprensibile.
Ma non è la stessa cosa che misurarne il costo umano.
Rischio e moralità non sono la stessa cosa
Questi numeri non dimostrano che le armi siano innocue.
Non dimostrano che un’automobile sia intrinsecamente più pericolosa di un’arma.
Non dimostrano che il nucleare sia privo di rischi.
E non significano che dobbiamo regolamentare tutte queste tecnologie nello stesso modo.
Omicidio, suicidio, incidente stradale, cancro da fumo e incidente industriale sono fenomeni causalmente e moralmente differenti.
Ma quando diciamo:
“Questa tecnologia è troppo pericolosa”
dovremmo almeno specificare cosa intendiamo.
Possiamo misurare:
- morti assolute;
- morti per utilizzatore;
- morti per oggetto in circolazione;
- morti per ora di utilizzo;
- morti per chilometro percorso;
- morti per TWh di energia prodotta;
- anni di vita persi;
- rischio volontariamente assunto;
- rischio imposto a terzi.
Metriche diverse possono produrre classifiche diverse.
Per questo una valutazione seria del rischio deve iniziare dal:
denominatore.
La paura non è uno strumento di misura
Automobili, armi, combustibili fossili, sigarette e centrali nucleari sono tecnologie profondamente diverse.
Non esiste un unico numero capace di stabilire se una tecnologia sia moralmente accettabile.
Ma emerge una lezione generale.
Ci abituiamo facilmente ai rischi frequenti e distribuiti.
Temiamo molto di più i rischi rari, spettacolari e incontrollabili.
Per questo possiamo accettare come parte della normalità una tecnologia associata a più di un milione di morti ogni anno e contemporaneamente temerne una che, per unità di servizio prodotto, ha storicamente provocato una mortalità enormemente inferiore.
Il nucleare è forse l’esempio più evidente.
La sua pericolosità non è zero.
Ma i dati storici non sostengono l’idea che sia una fonte energetica eccezionalmente letale.
Al contrario:
per unità di elettricità prodotta, nucleare, eolico e solare sono tra le tecnologie energetiche più sicure che abbiamo sviluppato.
E se una transizione dai combustibili fossili verso queste tecnologie potesse evitare dell’ordine di uno o più milioni di morti premature ogni anno, allora rifiutarle esclusivamente sulla base della paura del rischio produce un paradosso:
nel tentativo di evitare un rischio molto visibile ma raro, possiamo continuare ad accettarne uno molto meno visibile ma enormemente più grande.
Il problema non è provare paura.
La paura è un meccanismo biologico utile.
Il problema nasce quando utilizziamo quella sensazione come se fosse una misura quantitativa del rischio.
Non lo è.
La paura può dirci che qualcosa è pericoloso. Non può dirci quanto sia pericoloso.
Prima di decidere quali tecnologie dovremmo accettare, vietare, sostituire o incentivare dovremmo quindi porre una domanda molto semplice:
Quante persone muoiono realmente, rispetto a quale esposizione e in cambio di quale beneficio?
Solo dopo questa domanda può iniziare una discussione razionale sul rischio.
Fonti
-
World Health Organization (WHO), Road traffic injuries, 2026.
Dato aggiornato: circa 1,16 milioni di morti stradali nel 2025; principale causa di morte tra 5 e 29 anni. -
World Health Organization, World Report on Road Traffic Injury Prevention.
Stima conservativa di almeno 25 milioni di morti stradali cumulative entro il 1997. -
Global Burden of Disease 2016 Injury Collaborators, “Global Mortality From Firearms, 1990–2016”, JAMA, 2018.
251.000 morti da arma da fuoco nel 2016, escluse guerre: circa 161.000 omicidi, 67.500 suicidi e 23.000 incidenti. -
Small Arms Survey, Global Firearms Holdings.
Stima 2017: circa 857 milioni di armi da fuoco civili e oltre un miliardo di armi complessive nel mondo. -
World Health Organization, Tobacco and nicotine, 2026.
Oltre 7 milioni di morti annuali attribuite al tabacco, comprese oltre 1,6 milioni dovute al fumo passivo. -
Lelieveld J. et al., “Effects of fossil fuel and total anthropogenic emission removal on public health and climate”, Proceedings of the National Academy of Sciences, 2019.
Stima di circa 3,6 milioni di morti premature annuali attribuibili alla combustione dei combustibili fossili. -
Our World in Data, “What are the safest and cleanest sources of energy?”
Confronto della mortalità per TWh tra carbone, petrolio, gas, nucleare, eolico e solare; metodologia relativa a Chernobyl e Fukushima. -
Our World in Data, “Nuclear Energy”.
Discussione delle stime di mortalità associate agli incidenti nucleari e confronto con i combustibili fossili. -
Our World in Data, “Data review: how many people die from air pollution?”
Rassegna delle differenti stime epidemiologiche della mortalità da inquinamento e combustibili fossili.
Nota metodologica
I numeri riportati in questo articolo non hanno tutti la stessa natura.
Le morti stradali e gran parte delle morti da arma da fuoco sono eventi traumatici direttamente registrabili.
Le morti attribuite a tabacco e inquinamento atmosferico sono invece prevalentemente stime epidemiologiche di mortalità prematura, ottenute confrontando esposizione, rischio relativo e mortalità della popolazione.
Anche le conseguenze a lungo termine degli incidenti nucleari richiedono modelli epidemiologici.
I confronti devono quindi essere interpretati come confronti di ordini di grandezza del costo sanitario attribuito alle diverse tecnologie, non come se ogni numero fosse stato misurato con lo stesso metodo.